Porti, analisi sulla riforma

2 Marzo 2017 Commenti chiusi

Porti, analisi sulla riforma

di Tobia Costagliola – DL News

 

Durante la seconda metà dello scorso anno avevamo scritto, a più riprese, della Riforma Portuale e del travagliato iter delle nomine dei presidenti di AdSP. Speravamo, col nuovo anno, di poter disporre di una mappa aggiornata e completa di tutte le nomine, ma, ahimè, il meccanismo, che già funzionava a rilento, sembra essersi inceppato proprio sulla dirittura d’arrivo. Mentre Musolino, nuovo presidente dall’ADSP del Nord Adriatico è ancora in viaggio dall’Estremo Oriente verso Venezia, mancano ancora all’appello le seguenti nomine:

AdSP del Mare Adriatico Meridionale (Bari)

AdSP dello Stretto (Gioia Tauro)

AdSP del Mare di Sicilia Orientale (Augusta)

AdSP del Mare di Sicilia Occidentale (Palermo)

AdSP del mare di Sardegna (Cagliari)

Nel frattempo, nonostante gli sforzi per dimostrare che “tutto procede bene”, l’armonizzazione ed integrazione di quelle ex Autorità Portuali che sono state ora accorpate in una unica AdSP, come ad esempio Napoli/Salerno, oppure Genova/Savona-Vado Ligure e le altre AdSP dove i presidenti sono già insediati, procede tra comprensibili remore e difficoltà (a Spezia/Carrara mancano il Board e il Segretario, dl) che tutti auspicano possano essere rapidamente superate.

Purtroppo è oltremodo difficile, in un paese come l’Italia, superare il tradizionale “campanilismo” e anche le “appartenenze politiche” nonostante le buone intenzioni e precise direttive del Ministro Delrio. Ma anche nelle AdSP ancora senza Presidente c’è grande fermento. Basti pensare alla guerra interregionale innescata, fin dalla scorsa estate, per l’accorpamento di Gioia Tauro, sede dell’AdSp dello Stretto, con Crotone, Corigliano Calabro, Taureana di Palmi, Villa San Giovanni, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Messina, Milazzo, Tremestieri. Ai siciliani non è mai piaciuta l’idea, divenuta realtà grazie alla riforma dei porti, che l’AdSP di ben tre porti siciliani, Messina, Tremestieri e Milazzo, debba essere localizzata in Calabria, a Gioia Tauro.

In questo scenario si inserisce, ad aumentare disorientamento, confusione e malcontento, un decreto del MIT del 25 gennaio 2017 che, inopinatamente, a seguito di un “ripensamento”, sposta la sede di AdSP della Sicilia Orientale da Augusta a Catania. La motivazione ministeriale è stata la “tardiva” constatazione che lo “scalo di Augusta non ha ancora raggiunto i necessari livelli di sviluppo portuale”. Da notare che il processo di questa “constatazione” si è sviluppato tra il 21 gennaio 2016 (data del decreto che individuava le 15 AdSP) e il 25 gennaio 2017… Tuttavia, il trasferimento dell’AdSP da Augusta a Catania è, secondo detto decreto, solamente provvisorio: per due anni… [...]

Cosa ci resta ancora da fare ?

Temo purtroppo che il 2017 sarà un ulteriore anno “perduto” tra ritardi istituzionali ed enunciazioni di nuovi progetti per risolvere vecchi problemi. La verità è che, anche quando sarà completato l’iter delle nomine dei presidenti e la formazione dei Comitati di Gestione, la vera Riforma dei Porti sarà ancora tutta da realizzare. Che fine hanno fatto i decreti interministeriali sui controlli delle merci, sui criteri selettivi per la valutazione del grado di rappresentatività dei membri dell’0rganosmo di Partenariato, sullo “sportello unico autorizzativo”, il DPP (Documento Pluriennale di Pianificazione), i nuovi meccanismi di finanziamento con il coinvolgimento di CDP (Cassa Depositi e Prestiti) e BEI (Banca Europea per gli Investimenti), la regolamentazione per il rispetto della tempistica per la realizzazione delle opere, lo sblocco degli investimenti ecc.ecc?

Prima di concludere voglio citare un ultimo argomento elencato nelle azioni in corso di attuazione fin dal 21 gennaio 2016: “La semplificazione su escavi e dragaggi”. Non mi è ancora ben chiaro se questa enunciazione si riferisce alla semplificazione delle procedure e degli adempimenti per ottenere i permessi dai vari enti “competenti”, o alla semplificazione delle procedure per ottenere le risorse per tali lavori, o alla semplificazione di entrambi. Posso soltanto rilevare, dal mio piccolo osservatorio sul porto di Ravenna, di non aver notato alcun miglioramento. Circa un anno fa una violenta mareggiata produsse la formazione di un dosso all’imboccatura della canaletta di accesso al “Candiano” con conseguente riduzione del pescaggio sancito da regolare ordinanza della Capitaneria. Non ritenete che questa sia una situazione di emergenza che richiede un intervento di dragaggio piuttosto tempestivo per non penalizzare il traffico del porto?

Ebbene nonostante la ”semplificazione” tanto annunciata, la gara di appalto per il dragaggio si è conclusa nella prima settimana di febbraio 2017 e, oggi, sembra che i lavori di escavo stiano per iniziare dopo l’ultimo controllo eseguito dagli artificieri per accertare l‘assenza di ordigni bellici sui fondali… Qui si parla di intervento di emergenza. Cosa dire degli escavi (ex Progettone) di cui si parla da anni e che rientrano nel piano strutturale dello sviluppo del porto di Ravenna? Il nuovo presidente, fin dai tempi del suo insediamento, fu molto chiaro: “Una volta messo a punto il nuovo progetto, che dovrà essere condiviso con il Comune e, possibilmente, con tutti gli operatori interessati, questo dovrà essere approvato dagli 11 enti di controllo a livello locale, regionale e ministeriale che sono tenuti a esprimersi in merito e, in ultimo, anche dal CIPE”.

Qualcuno intravede, in tutto ciò, qualche evidenza di quella “semplificazione” così solennemente enunciata nella Riforma dei Porti?

Fonte

www.informazionimarittime.it

 

Generali, un’assicurazione per grandi imprese

1 Marzo 2017 Commenti chiusi

 

Dal 1831

Generali, un’assicurazione per grandi imprese

Due volumi ricostruiscono la storia dell’istituto dove lavorò anche Kafka
Unì Venezia all’Italia prima dell’Unità. La prefazione di Paolo Mieli

La direzione riunita a Palazzo Geiringer (Trieste, 1906-1910)
Il prezioso libro in due volumi Generali nella storia è stato reso possibile dall’esistenza della cosiddetta «cella». Così fu definita la celebre stanza che nella seconda metà dell’Ottocento venne adibita — con grande preveggenza — alla conservazione dei verbali d’Assemblea, di quelli consiliari e di un’infinità di altri documenti per ricostruire la storia di questa lunga e fortunata avventura imprenditoriale. Avventura che inizia nel 1831 con la nascita delle Assicurazioni Generali Austro-Italiche, ad opera di un cenacolo riunito attorno alla figura del fondatore Giuseppe Lazzaro Morpurgo. Primo presidente è Giovanni Cristoforo Ritter de Záhony, che lascerà l’incarico quattro anni dopo per divergenze con gli altri soci: l’impatto del litigio del 1835 è così forte che si dovrà attendere il 1909 prima che le Generali si diano un nuovo presidente.

 

«Generali nella Storia. Racconti d’Archivio» (Marsilio) sono curati dal Corporate Heritage & Historical Archive e dall’Editorial Office in due edizioni (italiano e inglese)

Il riferimento all’Italia, nella denominazione «Austro-Italiche», è importante dal momento che al tempo della nascita dell’istituto mancavano ancora trent’anni all’Unità (1861). Trent’anni nel corso dei quali grandi personalità della compagnia, come Leone Pincherle e Isacco Pesaro Maurogonato, giunsero nel 1848-1849 ad assumere addirittura il ruolo di ministri della Repubblica di San Marco creata a Venezia da Daniele Manin in contrasto con la dominazione austriaca. Pesaro Maurogonato fu il più ascoltato consigliere di Manin e, dopo la tragica conclusione dell’esperienza repubblicana, si ritirò in esilio a Corfù, l’isola in cui era nata sua madre. Pincherle riparò a Parigi.

 «Generali nella Storia. Racconti d’Archivio»: si tratta di due tomi, uno dedicato all’Ottocento e un altro al Novecento, in cofanetto (pagine 628, euro 90)

Fu a ridosso del 1848 che si decisero importanti cambiamenti: il cambio di nome della società, dal quale veniva eliminata la dicitura «Austro-Italiche» (che, per il riferimento alla dominazione asburgica, era stata presa a bersaglio dalle manifestazioni risorgimentali) e, negli anni successivi, la sostituzione dell’aquila bicipite (anch’essa asburgica) con il leone alato, quale simbolo per i territori italiani.

Marco Marizza e Silvia Stener, nell’attenta introduzione a questi due volumi, sottolineano come accanto alla documentazione ufficiale si trovino nell’archivio delle Generali anche delle autentiche gemme: il Progetto di Daniele Francesconi, il Sunto Storico di Masino Levi, i lavori di Vitale Laudi e Wilhelm Lazarus, la corrispondenza di Ritter de Záhony, di Leone Pincherle o di Marco Besso. Utili non solo a ricostruire la storia dell’istituto, ma anche quella dell’Europa centrale in tutto l’Ottocento.

 

Dalla documentazione d’archivio si comprende come il senso autentico dell’impresa fu di carattere non politico, bensì economico. E con una particolare vocazione internazionale. Evidenzia Vera Zamagni in Dalla periferia al centro. La seconda rinascita economica dell’Italia (il Mulino) come le Assicurazioni Generali, con una direzione a Trieste e una a Venezia, per «operare proficuamente sia in Italia sia nei territori austriaci», assunsero i «rischi del fuoco, dei trasporti e della vita dell’uomo». Caratteristica saliente dell’istituto fu, secondo Zamagni, «la natura cosmopolita che si manifestò sia nella formazione del capitale, che nell’apertura immediata di agenzie in tutti i Paesi europei». La crescita fu rapida: le polizze passarono da 6.000 nel 1832 a 210.000 nel 1836, per raggiungere nel 1858 la cifra storica di 1.532.900.

La vicenda politica complessiva ebbe una sua importanza. Marco Besso, segretario generale a Trieste a fine Ottocento (poi direttore e presidente delle Generali dal 1909 al 1920), riferisce nella sua Autobiografia (Fondazione Marco Besso) del reciproco rapporto di lealtà con il governo di Vienna, pur essendo noti i suoi sentimenti filoitaliani tant’è che un alto funzionario del ministero dell’Interno austriaco ogni volta che lo incontrava lo apostrofava come «il nostro irredento». Rapporto, quello con Vienna, che avrebbe dovuto sciogliersi in due tappe: nel 1866 quando, dopo la Terza guerra d’indipendenza, Venezia divenne italiana e nel 1918 allorché, a seguito della Grande guerra, l’Italia ottenne la sovranità su Trieste. Gli archivi ci mostrano quanto sia stato problematico e tribolato trovarsi per 85 anni a cavallo tra due realtà, quella risorgimental-italiana e quella austriaca, ma le Generali seppero trasformare questa costrizione a essere sovrannazionali in un valore.

È l’istituto che assicura la famiglia di Alessandro Manzoni e, grazie ai buoni uffici di Pasquale Revoltella, la costruzione del canale di Suez progettato dal trentino Luigi Negrelli. Rilevante è anche l’apporto di studiosi facenti capo alle Generali all’evoluzione della cultura nella seconda metà dell’Ottocento. A Vitale Laudi e a Wilhelm Lazarus si devono fondamentali innovazioni nel campo statistico attuariale.

Come si evince dai nomi e dai cognomi dei protagonisti, importante è il ruolo svolto nelle Generali da personalità del mondo israelitico. Sono, però, ebrei poco propensi a rimarcare la loro identità. Anzi. Lo stesso Besso riteneva che «certe pratiche degli israeliti che avevano avuto la loro ragione di essere in tempi andati, intese specialmente a mantenerli in un compatto corpo nazionale di comune e reciproca difesa, quando da ogni nazione erano reietti, non sono più conciliabili a mio vedere con la loro fusione nella vita sociale e pubblica dei Paesi civili e, in ogni modo, hanno perduto gran parte del loro contenuto».

Nella Storia economica d’Italia (Einaudi), Valerio Castronovo evidenzia come, alla vigilia della Grande guerra, nell’ambito del «Giornale d’Italia» (interprete dello schieramento liberal-conservatore di Sidney Sonnino e Antonio Salandra) s’era rafforzata la partecipazione del cotoniere Ernesto De Angeli, già contitolare della proprietà del «Corriere della Sera», e del direttore delle Generali Nicolò Papadopoli, interessato anche «a molteplici iniziative nel settore elettrico e cantieristico». Nel corso del conflitto Marco Besso ed Edgardo Morpurgo si impegnano a far riconoscere l’italianità delle Generali, assai importante sia per poter continuare le operazioni nei Paesi dell’Intesa, sia per il successivo prosieguo delle attività, a guerra vinta. Nell’aprile 1916 ottengono dalla presidenza del Consiglio il certificato di nazionalità. Nella Grande guerra l’istituto avrà molti caduti tra i propri impiegati su tutti i fronti. Nel 1917, dopo la disfatta di Caporetto, per timore di rappresaglie austriache, trasferirà provvisoriamente i propri uffici direzionali a Roma. Ma nel 1918 potrà gloriarsi di avere tra i propri assicurati l’imperatore Carlo I d’Austria. E il 4 novembre 1919 la compagnia convocherà a Trieste italiana l’Assemblea generale dei propri azionisti.

Le Generali, nella prima metà del Novecento, diventano un punto di incontro per importanti uomini di cultura e di scienza. Nel 1907 lavorerà, per un anno, alla sede di Praga Franz Kafka («Sto imparando l’italiano perché, prima di tutto, andrò probabilmente a Trieste», scrive in novembre a Hedwig Weiler). Negli anni Venti verrà «arruolato» il grande cartellonista Marcello Dudovich. L’istituto assicurerà l’impresa polare di Umberto Nobile. E si avvarrà del contributo del più grande matematico italiano: Bruno de Finetti. Negli anni Quaranta sarà assunto come bibliotecario il poeta Biagio Marin. Un altro poeta, dialettale, Fulvio Balisti. L’architetto Oscar Niemeyer ingaggiato per progettare l’edificio di Segrate che sarà sede della Mondadori. Emilio Greco realizzerà la medaglia celebrativa per i 150 anni nel 1981. Le Generali consolideranno e amplieranno il proprio ruolo anche negli anni del fascismo e persino in quelli successivi alla crisi economica del 1929.

Ma nel 1938, a seguito delle leggi razziali e di una violenta campagna de «Il Popolo di Trieste» che definisce l’istituto assicurativo una «cittadella giudaica», Edgardo Morpurgo, che nel 1920 ha sostituito Besso alla presidenza, è costretto all’esilio in Argentina e cede la presidenza a Giuseppe Volpi di Misurata che (a dispetto del suo aver fatto parte del Gran consiglio del fascismo) nel settembre 1943 verrà arrestato dai nazisti e portato prima a via Tasso, poi nel carcere di Regina Coeli. Nel 1947 Morpurgo tornerà in Italia e avvierà una trattativa per un suo reintegro al vertice della compagnia, ma la morte lo coglierà prima di veder realizzato il suo sogno. Vicende complesse che però le carte d’archivio non cercheranno di contrabbandare come qualcosa di diverso da quello che furono.

Poi, nel secondo dopoguerra, verranno le tribolazioni di Trieste. Nell’ottobre 1954 la città tornerà a essere italiana e da quel momento le Generali riprenderanno in pieno le loro attività (mai interrotte neanche durante la Seconda guerra mondiale), riconquistando nel contempo la loro piena identità. E, guidate negli anni Sessanta da Gino Baroncini, diverranno un centro propulsivo del grande sviluppo del Paese negli anni del miracolo economico. Un’attività che allargherà i propri orizzonti, nell’epoca successiva al 1968, sotto la guida dell’ex presidente del Senato Cesare Merzagora, fino a ottenere importanti riconoscimenti, tra cui l’Oscar per la migliore relazione di bilancio. Riconoscimenti che si accompagneranno a una nuova stagione d’oro della raccolta archivistica.

Nuovi successi si avranno ad opera di Fabio Padoa, Enrico Randone e molti altri personaggi di grande rilievo nella storia dell’economia italiana e non solo. Quel che va detto in conclusione è che da quel lontano 1831 neanche un anno nella vita delle Generali è stato tranquillo e ha mancato di lasciare tracce. Gli uomini che in questa compagnia, italiana e a un tempo mitteleuropea, hanno avuto posizioni di responsabilità sono sempre stati all’altezza delle complicazioni da affrontare. E l’idea di aver lasciato quell’ampia e ordinata documentazione archivistica della loro attività, che il lettore avrà occasione di scoprire in questi volumi, resta a testimonianza vivente del loro rigore intellettuale.

Fonte

www.ilcorriere.it

Incidenti in mare – Un Marlin affonda una barca da pesca

12 Febbraio 2016 Commenti chiusi

Pubblico questa “domanda/risposta” di un curioso nonché singolare incidente in mare tra un grosso Merlin ed uno yacht per pesca d’altura :  

DOMANDA

Buongiorno Avvocato,

la recente notizia che le riporto qui sotto mi spinge a chiederLe il seguente suo parere: “I clausolari tipo IYC coprono un evento tipo quello sotto descritto?”.

Non è pensabile una reiezione del danno, anche solo citando la mancanza di buona diligenza (*) asserendo che l’uomo avrebbe dovuto desistere da una lotta così impari con un pesce di tali dimensioni?

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Incidenti in mare – Un Marlin affonda una barca da pesca

Durante una battuta di pesca un grande Marlin provoca l’affondamento di un grosso fisherman

Panama – La storia ha dell’incredibile e se non fosse ben documentata sarebbe difficile da credere. Un grosso motoscafo da pesca d’altura di circa 38 piedi sta conducendo una battuta di pesca a largo delle coste di Panama nel Pacifico, quando una lenza comincia a filare all’impazzata perché un grande Marlin ha abboccato.

L’animale combatte strenuamente, salta, si inabissa, torna in superficie. Il comandante del motoscafo, che è un professionista, cerca di assecondare i movimenti del Marlin manovrando avanti e indietro con l’obiettivo di non permettere all’animale di passare sotto la barca.

Ad un certo punto il Marlin fa un grande salto tirando la barca di lato proprio nel momento in cui il comandante dà marcia indietro. La barca sbanda, il Marlin continua a saltare e tirare, un onda accentua lo sbandamento e, infine, il comandante perde l’equilibrio e cade sulle manopole di controllo facendo passare i motori dalla marcia indietro a un repentina marcia avanti, il dramma è completo, la barca s’ingavona ancora di più, il pozzetto entra in acqua, è la fine, la barca affonda mentre i tre uomini si gettano in acqua.

Tutta la scena è stata fotografata da una barca che stava vicina e che ha subito recuperato i tre uomini.

Il Marlin è scappato.

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(*) I.Y:C.:

“9.2 e, fermo restando che le relative perdite o danni non siano attribuibili a mancanza delle dovute diligenze da parte dell’Assicurato, Armatori, o Amministratori, questa assicurazione garantisce”

 

RISPOSTA

Faccio seguito alla sua mail dei giorni scorsi in merito al singolare incidente di pesca che ha determinato l’affondamento dello yacht.

Come sa le Institute Yacht Clauses offrono una  copertura su base  named perils, ed alla  elencazione dei perils alla clausola 9 sono correlate le exclusions contenute alle clausole 10,  21, 22 e 23.

Pertanto in base alle IYC sono assicurati non tutti i rischi della navigazione, bensì solo quelli esplicitamente ed espressamente elencati in polizza, nascenti in modo diretto e “fisiologico” dalla navigazione (deve trattarsi di perils of the sea, non perils on the sea);  chi invoca un peril of the sea deve inoltre dimostrare il nesso di causalità fra il sinistro e il rischio: i danni e le perdite derivanti da causa ignota o non provata (unascertained cause) restano a carico dell’assicurato, e parimenti non coperti sono eventi che siano privi di fortuity, nei quali cioè l’assicurato ha contribuito a determinare  il danno.

Mi pare che l’evento   in oggetto qualche problema di copertura lo ponga:  sarebbe  necessario vedere  se c’era una copertura specifica  per eventi simili,  tenuto conto che si trattava di una barca utilizzata per la pesca d’altura,  ma direi che mentre non dovrebbero esserci dubbi che la copertura sussisteva per il caso di affondamento determinato per esempio da uno speronamento con un cetaceo, qui qualche dubbio in più è lecito averlo.

Molti cordiali saluti e  buon week end

Claudio Perrella   avvocato

Fonte 

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Un particolare ringraziamento al mio amico Alberto